/ PRESENTATION

MY RUG, YOUR ARMS
Antwan Horfee

Testo di Antonio Grulli

Per tutto il novecento vi è stato un tentativo radicale di liberare l’arte di tutta una serie di elementi che venivano, e spesso vengono ancora visti, come vetusti e sorpassati: la riconoscibilità stilistica di un artista, ad esempio, viene vista spesso (non sempre ovviamente) come banale o come un cedimento al mercato; la parola stessa “stile” in ambito critico è quasi tabù. Ma non solo: la tecnica sembra qualcosa di inutile, l’idea che qualche artista possa essere stato il “primo” a fare qualcosa, ad apportare un’innovazione di tipo formale o contenutistico viene vista come ridicola, e la stesura di scale di valore o di giudizio tra artisti puzza subito di fascismo intellettuale, così come puzzano parole come genio, capolavoro, maestro. Potrei continuare a lungo ma penso di aver reso l’idea.
L’arte, soprattutto negli ultimi decenni, sembra (ci tengo a sottolineare il “sembra”, perché guardando non è proprio così) aver buttato tutta una serie di suoi aggettivi, di “cose” che la caratterizzavano, nel bidone dell’immondizia della storia. E, se fosse stato vero che questi elementi non rispondevano più allo zeitgeist del nostro tempo, in quel bidone sarebbero rimasti. Invece nello stesso periodo, gli artisti che hanno dipinto muri, treni, tetti - spesso illegalmente - li hanno fatti propri presentandoli come loro punto di forza.
È bellissimo perché proprio una comunità infinitamente più giovane e fresca rispetto al mondo classico dell’arte riesce a vedere questi elementi come ancora vivi e vitali. Una comunità nata attorno a un linguaggio talmente sano e vitale da non necessitare di scuole ufficiali per potersi diramare, crescere e evolvere, anzi: un linguaggio talmente sano da crescere e svilupparsi nonostante molte sue forme siano state considerate addirittura da reprimere. E amo lavorare con figure come Antwan Horfee proprio perché hanno portato aria fresca a un sistema (“il fantomatico mondo dell’arte contemporanea”) invece troppo spesso anemico, chiuso e asfittico. Fin qui abbiamo visto come il mondo dell’arte nella strada sia legato all’arte delle gallerie e dei musei più di quello che pensiamo. Ma è vero anche il contrario…
Ho letto in alcuni testi di anni fa su Horfee come lui ritenga che la differenza tra dipingere su muri, tetti e treni e arte nelle gallerie e nei musei stia nell’illegalità della prima: ho letto una sua frase bellissima in grado di sintetizzare il concetto: “it has to be illegal to fit that bill”. Ecco, qui la faccenda si fa ancora più complicata. Perché in realtà questo concetto si può e si deve applicare anche all’arte fatta di dipinti sculture, video, foto ecc. L’arte non è un pranzo di gala, non è un oggetto decorativo, non è un qualcosa messo al mondo per consolarci o darci conforto. La vera arte deve disturbare, stravolgere, ribaltare completamente le nostre certezze; la vera arte ci fa sanguinare il cuore e l’anima, o non è arte. Per fare questo deve uscire dalla regola, deve essere filosoficamente illegale e infrangere le norme scritte nei secoli. La vera arte è fatta da coloro che prendono un elemento (stilistico, formale, tematico, sentimentale, di attitudine) che non aveva cittadinanza nel mondo dell’arte, che era “illegale”, e ve lo inseriscono grazie alla propria capacità di trasformazione e di sublimazione, facendolo diventare in tal modo la nuova norma. Quindi quel “it has to be illegal to fit that bill” vale anche per i quadri, le sculture e per tutto quello che compone l’arte oggi. Oltretutto ricordiamoci che non sempre dipingere muri o treni è punito da sanzioni di sorta, anche quando illegale, così come non sempre l’arte nelle gallerie e nei musei rimane impunita: le tantissime storie di censura legale o illegale perpetrate nei confronti di opere e artisti negli ultimi anni lo dimostrano; e per censura si intende censura vera e propria, così come atti di iconoclastia o di danni a opere e artisti.
I dipinti che Antwan Horfee presenta in questa mostra hanno un immediato effetto psichedelico di cui molti hanno già scritto in passato. Si riconoscono le sue classiche sovrapposizioni di piani e tecniche pittoriche. La palette è libera e molto varia, ma l’artista è in grado di controllarla con eleganza e virtuosismo anche in accostamenti che rischiano la cacofonia. E virtuoso lo è per davvero Horfee, virtuoso e veloce, anche sul più classico dei supporti, la tela. Si sente questa velocità, questa necessità di urgenza, anche nei quadri.
Una velocità dettata non solo dal proprio background nello spazio urbano, ma anche e soprattutto da una passione carnale per quello che fa, da un amore corporeo per il creare arte che porta molti artisti a non voler far altro per tutta la giornata.
La prima impressione legata ad una composizione astratta, fluida, quasi gassosa, mentre osserviamo i quadri evolvere in qualcosa di differente, di maggiormente complesso. In primis, i molti piani su cui è solito lavorare iniziano a esigere ognuno la propria attenzione. Questa stratificazione ci dice molto dell’oggi e di come gli stessi programmi informatici abbiano influenzato il nostro modo di pensare e di creare un’immagine.
Ognuno dei piani ha una vita propria e una propria identità evolutiva, ma ognuno ha senso solo poi nella composizione finale. Una composizione in cui accade sempre qualcosa. Perché, da questa prima impressione di assenza del referente, nei quadri alcune immagini iniziano a coagularsi e apparire: paesaggi, cavalli, figure umane… E immediatamente le opere si inseriscono in una tradizione ben precisa, fatta di generi pittorici, con cui dialogano in maniera destabilizzante e conflittuale.
Ma dove vedo veramente il centro gravitazionale dell’arte di Antwan è nel suo segno e nel suo disegno.
La linea, la linea di Horfee, è la spina dorsale di tutti i suoi lavori. Il suo segno è la sorgente della sua energia, quell’energia che potenzialmente può generare proprio la destabilizzazione e la conflittualità. È un segno brutale, secco ma spesso dall’effetto “pixelato” - quasi volesse tenere un legame col mondo digitale -, volutamente mai lezioso o elegante, così da poter mantenere tutta la sua forza e la sua durezza indigeribile; talvolta sembra fatto con la mano sinistra (sempre che Antwan non sia mancino…). Un segno che si manifesta sia come linea autonoma sia come outline di campiture di colore nei dipinti. Attorno a queste linee si ordina tutto il resto della sua pittura; generano confini che il colore prova a tracimare, tagliano e dividono lo spazio del dipinto, diventano guida per l’occhio di chi osserva.
E da questa attitudine nascono non a caso bellissimi disegni, grafiche e fanzine, in cui la potenza del suo segno emerge ancora più cruda e sintetizzata. Mi piacerebbe un giorno vedere una mostra in cui le opere di Horfee siano accostate a quelle di una grande artista come Amy Sillman; o per lo meno sogno di vedere una fanzine da loro fatta a quattro mani. I libri e le pubblicazioni sono un terreno di arte e sperimentazione in cui coinvolge gli amici, con i quali ha anche aperto una libreria cooperativa no profit rivolta soprattutto ai giovani: “art has to circulate in people hands and not on the computers”. Ma non solo, nascono anche dei bellissimi video che realizza e espone ormai da alcuni anni, in cui la sua poetica pittorica viene animata e combinata con la dimensione temporale.
La sua intera produzione attraverso una moltitudine di linguaggi è il frutto di un’attitudine in cui il lavoro in studio è il centro di tutto e il piacere maggiore. Un luogo in cui passare la maggior parte del proprio tempo e al tempo stesso uno spazio accogliente e aperto verso le nuove generazioni. Una vera e propria bottega ma reinterpretata con lo spirito contemporaneo, fatta di una permeabilità che ricorda pratiche artistiche portate avanti da figure come Tim Rollins e il suo progetto K.O.S., in cui il coinvolgimento di giovani artisti di ogni estrazione sociale è centrale. Per fare in modo che la strada resti sempre con lui, anche al chiuso di quattro pareti.