/ PRESENTATION
Incompiuto Terrestre
di Domenico Russo e Andrea Tinterri
L’adozione di uno pseudonimo corrisponde ad una deviazione, ad una fenditura che si vuole mettere in evidenza per sintetizzare una diversa traiettoria.
“Arrivo dal graffito classico, solo dopo ho iniziato ad essere 108. Nel ‘97 mi sono trasferito a Milano per studiare al Politecnico, era un periodo in cui in tutta Europa c’erano graffitisti che facevano anche altro abbandonando le lettere e nello stesso momento cominciavo a percepire la distanza dai ragazzi del Bronx, la loro era un’esperienza importante ma non apparteneva alla mia cultura. Volevo distruggere l’egocentrismo del tag, volevo combattere il mio ego. Volevo emanciparmi dalla parete”.
La scelta di un numero sollecita l’erosione dell’identità, un allontanamento volontario dalla propria storia per poterla finalmente metabolizzare, come fosse un processo terapeutico di trasformazione della materia. Guido Bisagni sceglie di essere 108 (numero dalle forti connotazioni spirituali / filosofiche) per osservarsi da esiliato, uno stacco necessario a cui corrisponde un’autoanalisi costante. E in questo processo la forma diventa possibile risposta, 108 lavora su linee tondeggianti che sembrano adattarsi alla propria memoria, una sorta di autoritratto informale dove il nero non è censura ma piuttosto una possibile espressione del profondo.
Il colore aiuta l’occhio a identificare confini in continua ebollizione. Perché la forma deve mutare per diventare materia scivolosa e contraddittoria come lo è la nostra identità fatta di reminiscenze iconografiche, di lasciti progettuali: la monocromia e il nero che spesso caratterizzano la produzione dell’artista sono un ricordo che viene processato, sono gli anni di fanzine autoprodotte, è l’estetica della fotocopia, di poster, di adesivi lasciati sulle pareti. È una cultura sottotraccia che riemerge come lascito identitario.
Perché la ricerca di 108 non comprende stacchi, è un autoritratto costante, una lenta osservazione che evidenzia differenze, nuove scoperte, tensioni inedite; la forma registra il tempo restituendone una grammatica difficilmente codificabile perché ancora magmatica, necessariamente liquida. E la forma non potrà mai quietarsi, corrisponderebbe alla perdita della materia, all’esaurimento della ricerca. La decodifica della lingua, quindi, non è nemmeno auspicabile, la sua fluttuazione è l’evidenza di una traccia di vita che viene monitorata costantemente.
E anche quando, come nella mostra Incompiuto terrestre, il nero è circondato e trafitto dal rosso, dall’arancione, dal grigio o dall’azzurro e segni ortogonali spezzano la sinuosità della forma, la ricerca rimane fedele a sé stessa; è solo la testimonianza di una variazione emotiva.
La testimonianza di una forma a prima vista tendente verso la ricerca della perfezione e che svela invece qualcosa di incompiuto. Qualcosa da completare. Completare come? Dove? verrebbe da chiedersi. Forse in un’altra vita e nella mente o nell’animo dell’osservatore, a cui 108 lascia sempre spazi interpretativi in modo che nulla sia contenuto in uno schema, statico, un prodotto dall’etichetta fin troppo chiara da prendere e portare via con superficialità. Incompiuto terrestre richiama la peculiare stupenda imperfezione dell’uomo, perché Guido Bisagni lascia visibili i ripensamenti, gli errori, parti di nero che in realtà è più grigio scuro che nero, ed è sfocato con campiture irregolari accanto a sezioni precise di colore. Al caos accosta elementi che portano ordine: le linee, ad esempio, le parti ortogonali anche. L’avvicinarsi a queste opere comporta uno sbandamento oltre la vita verso gli aspetti che ci rendono tutti terrestri incompiuti, quelli più sfuggenti, non evidenti, anche pericolosi come a volte il colore nero evidenzia.
E la tela o la carta sui cui vengono registrate le forme sono un limite, sono spazio compresso in cui incanalare e far defluire gli umori del proprio inconscio. La tela è contenimento, è una griglia all’interno della quale il pigmento deve trovare la sua corretta collocazione, nell’utopica proiezione di una forma perfetta che possa escludere tutte le altre, nella speranza di una fine, di una quiete assordante che possa sospendere la ricerca e decretare un’improbabile vittoria.
