/ PRESENTATION

ALLONTANARSI DALLA LINEA GIALLA
Nuria Mora

di Fabiola Naldi

Il titolo di questa mostra “Allontanarsi dalla linea gialla” si dichiara quasi in opposizione alla modalità di ricerca che caratterizza l’operato di Nuria. Nella realtà, infatti, Nuria quella linea gialla l’ha superata spesso, essendo a conoscenza dei rischi derivanti, ma rimanendo aperta alle possibili sfide e conquiste scaturite. Il confine da scavalcare è certamente quello fisico dei luoghi, dei muri, degli spazi sia pubblici sia privati nei quali cercare, togliere o aggiungere a ciò che esiste già in natura; ed è in questa prima riflessione che troviamo un punto centrale del suo lavoro, ciò che già esiste può essere manipolato, trasformato, combinato ed assemblato in forme fisiche, mentali e spirituali inaspettate. Dai primi movimenti in luoghi più o meno conosciuti, le trame di Nuria si inseriscono con moduli, elementi, colori in grado di aggiungere alla prima superficie esistente, una seconda capace di alterare la percezione dell’ambiente.
A partire dal 1999 Nuria ha percorso la sua città, il centro e la periferia di Madrid, in molti modi: ha studiato l’architettura e l’urbanistica, ha compreso le molteplici sedimentazioni storiche, si è insinuata fra le superfici per divenire elemento tutt’altro che decorativo proprio sulla pelle della metropoli. Nuria si è sempre mossa dentro la natura non solo tangibile dell’esperienza, dentro la realtà delle cose per poterne azzardare una trasformazione attraverso il proprio intervento.
Nel cambiamento degli elementi sia visivi sia strutturali per mano di cromie sempre più personali e di combinazioni formali sempre più riconoscibili al suo stile, Nuria ha saputo mischiare e compattare diversi stimoli e connessioni in un’idea di tempo e di spazio espansi e irriconoscibili. Appare così ciò che spesso si definisce stile: Nuria ha elaborato e modulato inaspettate forme, linee e moduli che si insinuano nelle architetture più complesse, nelle superfici pittoriche meno prevedibili e nelle costruzioni “illimitate” che potremmo chiamare totem, non solo per la loro composizione estetica.
Oscillando fra soluzioni astratte e concrete in cui elementi fitomorfi di varia estrazione appaiono come un codice unico, una firma priva di firma, Nuria ha scelto di unire le proprie esperienze giungendo a costruire un possibile nuovo alfabeto formale sia bidimensionale che tridimensionale. Ciò che ora, qui in mostra, appare fluido ed organico (sia nelle sculture sia nelle tele) è in realtà parte di una progettazione articolata, stratificata da viaggi (uno dei più importanti per lei a bordo della sua vespa rossa) alla ricerca di nuove visioni o da incontri materici con materiali ancestrali come la ceramica. Quasi come una rabdomante in cerca di forme e soluzioni visive, si nutre di attraversamenti, di incontri casuali, di prelevamenti, isolamenti e ricostruzioni di nuove identità, di un minimo dettaglio che si comporta come un pretesto visivo perfetto. Allo stesso tempo, avendo Nuria studiato architettura, l’incontro con la classicità assume connotati inediti che alimentano l’elaborazione di forme in cui l’aspetto organico si fa sia simbolico che naturale.
I totem ne sono l’esempio perfetto: quattro tipologie scultoree in cui emerge la consistenza dell’oggetto, la sua essenza, il punto ideale nel quale convergono i livelli strutturali e linguistici. E ancora, lo spazio cromatico si alimenta di enfasi al limite dello spirituale (o forse sarebbe meglio dire psico-magico ricordando le pratiche e l’atmosfera surreale di Alejandro Jodorowsky), per il trattamento della materia che viene manipolata, trasformata, “cotta” e resa viva dalle forme composte dall’artista. Se scomodiamo l’etimologia classica del termine forma tutto appare più chiaro nella lettura del lavoro di Nuria: dal latino forma, a sua volta derivato dal greco morphé, la parola è l’aspetto visibile di una cosa o, in senso aristotelico, l’essenza delle cose che hanno materia e il fine del loro divenire. In questo caso siamo dinnanzi alla rappresentazione visibile di una cosa, un luogo, un’idea che cambia proprio tramite il suo processo di materializzazione, sia che esso avvenga tramite la ceramica (i totem) o la sabbia (le pitture qui presentate). Passiamo ora alle tipologie scultoree / architettoniche presentate in questa occasione: gli ordini dorica, panettone, estrella e facetas conducono proprio alla urgenza di Nuria di riflettere non solo sulla superficie.
I Totem si ergono nel cortile della galleria SpazioC21 come uno strumento comparativo e al contempo, secondo quanto ha scritto Giulio Carlo Argan in Progetto e destino (ed. Il Saggiatore, Milano 1965), come categoria interpretativa confrontabile, nell’architettura, con l’iconologia nella pittura. Il risultato formale ottenuto è quindi il modo di consistere di un oggetto, la sua essenza, il punto ideale nel quale convergono i livelli strutturali e linguistici, il luogo nel quale, riprendendo una nozione proposta da Vittorio Gregotti in Il territorio dell’architettura (ed. Feltrinelli, Milano, 1966), la molteplicità dei materiali astratti e concreti si concretizza in un’espressione unitaria e riconoscibile.
Partendo da questo le soluzioni visive adottate da Nuria appaiono immediatamente chiare, semplici, riconoscibili come parte di un alfabeto simbolico proprio dell’artista in grado di tradurre la realtà proprio attraverso questi espedienti. Nuria si riappropria di quel lontano stereotipo dell’artista come demiurgo delle sostanze organiche e inorganiche per stimolare la materia ad assumere una rinnovata valenza simbolica, funzionale ed estetica. La nuova tensione prodotta dalla manipolazione degli elementi non fa altro che alimentare nuove armonie e inaspettate campiture cromatiche utili a dare vita a nuove forme scultoree, pittoriche ed esistenziali.
Le classiche divisioni concettuali tra forma e contenuto, forma e materia, forma e immagine, costantemente presenti nella filosofica classica da Platone ad Aristotele, passando da Immanuelle Kant fino alla psicologia della forma più recente ci hanno condotto a pensare che l’idea di forma (architettonica o pittorica che sia) non possa essere più riferita a ciò che le determina bensì produca un’accelerazione semantica in grado di stimolare un valore aggiuntivo non riferibile al contenuto, alla materia, all’immagine.
Proprio nel Ventesimo Secolo, e in particolare modo negli ultimi decenni, queste apparenti opposizioni hanno prodotto inediti e più intensi valori.
Allontanarsi dalla linea gialla è da vedersi proprio sotto questa prospettiva, come se Nuria non avesse solo sfidato la forza gravitazionale nelle altezze dei totem presentati o nei rimpasti di pittura e sabbia. Nuria si è ricongiunta all’idea stessa di materia e di costruzione di una realtà, non solo la sua, che si proietta nelle sfaccettature cromatiche e luccicanti delle ceramiche o nelle stratificazioni pittoriche realizzate. Un’ulteriore riflessione può essere qui sviluppata alla luce di quanto finora detto: se ritorniamo alla piattaforma architettonica intesa come fondamenta generativa di pretesti non solo visivi allora potremmo anche sostenere che se in un tempo passato, e mi riferisco in particolare modo al Postmoderno, la forma si dichiarava come entità autentica, ora la stessa si può riconoscere nel processo che la genera.
Eccoci nuovamente giunti ad un altro elemento fondamentale del processo artistico di Nuria: siamo così passati alla fenomenologia del suo formarsi, del suo costituirsi, del suo “tornare alle cose stesse” (secondo quanto teorizzato da Edmund Husserl) attraverso i materiali ma sopratutto le modalità di ideazione mentale e di costruzione materiale delle stesse.
Sono molti gli elementi costitutivi del piano materiale e culturale di Nuria ma ciò che è imprescindibile alla lettura del suo lavoro è proprio questo continuo oscillare fra piano concettuale (ideale e psico-magico) e piano materiale (dato dai materiali come la ceramica e la sabbia). Inoltre nel celebre slogan caro alla fenomenologia del “tornare ai fenomeni”, siamo dinnanzi alla necessità, direi quasi urgenza, di occuparci dei processi intuitivi con i quali ci rapportiamo al mondo e lo percepiamo. Scrivo questo perché ho ben chiaro il modo con cui Nuria giunge a riflettere su ciò che sente di dovere fare nella sua ricerca artistica: ogni sua intuizione, e quindi ogni sua conoscenza, si relaziona con una dimensione trascendentale dell’intuizione pura che nelle forme dei totem e nei colori che ostinatamente persegue sono ben visibili. Ogni volta che Nuria sceglie un nuovo ambiente di ricerca, o decide di sfidare le leggi della materia e delle possibili sue trasformazioni, prende forma la sua attitudine a guardare oltre le cose stesse, oltre quella linea, gialla o di qualsiasi altro colore, che rappresenta il suo essere artista in questo momento storico così complesso.