/ PRESENTATION
Niels Shoe Meulman
Devon Schoemaker
SEE INTO THE TREES
Testo critico di Vittorio Parisi
Immaginiamo di camminare in un bosco e di imbatterci in qualcosa che, a prima vista, non sembra appartenere a quel luogo.
Notiamo subito che si tratta di grandi fogli di carta. Alcuni sono tesi tra due alberi, altri sembrano cingere i tronchi o pendere dai rami.
Altri ancora giacciono al suolo, probabilmente caduti, ricoperti da fogliame e da piccoli mucchi di terra.
A suscitare la nostra curiosità sono soprattutto i segni che quei fogli portano in dote al nostro sguardo: riconosciamo il passaggio di ampie pennellate liquide, di schizzi e di sgocciolature, in alcuni ci sembra di scorgere addirittura delle lettere. Appuriamo quindi che tutto ciò non può essere certo il frutto del caso, ma di un gesto volontario, anzi un vero e proprio gesto creativo, e che quelle che vediamo davanti e tutt’intorno a noi sono opere, organizzate secondo una logica di allestimento. In altre parole, una mostra.
Una mostra da visitare e da vedere fra gli alberi e negli alberi.
Che sia anche una mostra per gli alberi? Come se il bosco non fosse soltanto lo spazio espositivo, ma anche e soprattutto il destinatario, il pubblico di quella mostra? Un bosco è, d’altronde, molto più di uno spazio o un luogo: un bosco è prima di tutto un organismo vivente, un corpo fatto di milioni di altri corpi, milioni di pelli, milioni di arti. Un bosco è una vita fatta da milioni di altre vite.
Mentre ci interroghiamo su cosa abbia spinto qualcuno a fare una mostra in un bosco, cominciamo a notare che quelle opere presentano i segni di trasformazioni con ogni probabilità dovute agli agenti atmosferici e al bosco stesso, a quella metamorfosi ininterrotta che le piante e gli animali producono, semplicemente esistendo. Il colore bruno delle pennellate a tratti sbiadito, la trama dei fogli allentata o rattrappita dall’umidità, i margini rosicchiati da qualche insetto o animale selvatico... il gesto creativo all’origine di questa mostra negli alberi e per gli alberi aveva previsto e voluto che tutto ciò accadesse. Che, in un certo senso, il bosco partecipasse con tutto il suo élan vital alla creazione delle opere in mostra. Luogo, pubblico e artista.
È al bosco del Cavazzone che l’artista olandese Niels Shoe Meulman ha delegato la parte più importante della sua mostra: quella della finalizzazione delle opere. In quello stesso bosco, le fotografie su lastra di Devon Schoemaker hanno preso forma per restituirci il gesto dell’artista. Questo gesto ha una conseguenza cruciale: la mostra e le opere non sono più solo dell’artista, ma in egual misura del bosco e della moltitudine di esseri viventi che abitano quest’ultimo. Le opere finiscono per appartenere al bosco, non meno di quanto non vi appartengano gli alberi e tutto il resto.
Un processo, se vogliamo, opposto a quello di un altro grande artista, Herman de Vries, che con Niels Shoe Meulman condivide la nazionalità, e che intrattiene coi boschi una collaborazione decennale. Se l’opera di de Vries consiste nel raccogliere e accumulare pezzi di bosco – foglie, rami, fiori, fili d’erba, mucchi di terra… – per poi esporli nello spazio della galleria, Niels Shoe Meulman ha scelto in questo caso di procedere nel senso inverso, e cioè di portare i propri segni nel bosco e ad esso sottoporli, affinché quest’ultimo possa fare irruzione nel processo creativo.
Non sorprende che Shoe abbia intrapreso questa strada. Per chi, come lui, proviene dal mondo del graffiti writing – e a maggior ragione se di quel mondo ha scritto un pezzo di storia – lasciare una tag in quella foresta di segni che è la città significa, in qualche modo, abbandonarla a un destino di cui il writer non sarà più padrone. A seconda dei casi, essa sarà cancellata o coperta da un’altra scritta, la superficie su cui è stata iscritta sarà ripristinata o distrutta, oppure, molto semplicemente, quella tag scomparirà negli anni, sbiadendo sotto l’effetto di innumerevoli soli e innumerevoli piogge. Nei graffiti, il distacco dall’opera fa parte del gioco, e l’opera ha senso anche e soprattutto perché parte della continua metamorfosi di cui la città è espressione.
D’altronde la città è essa stessa, se pure in maniera radicalmente diversa da un bosco, attraversata da innumerevoli vite. Al punto che anche il non vivente sembra prendere vita quando manovrato e animato dall’uomo. Così, un treno si muove e “vive” grazie alle persone che lo trasportano e che in esso si lasciano trasportare. Esso si fa corpo assieme alla città tutta: nelle parole di Baudrillard, “un corpo senza fine né inizio”, su cui i graffiti agiscono alla stregua di tatuaggi.
Dal punto di vista di Shoe, lasciare un segno in una città – una pennellata, una parola, una lettera – non è così diverso dal farlo in un bosco. In entrambi i casi quel segno entra in relazione con altri segni, poco importa che essi siano quelli “naturali” lasciati dalle intemperie, dalle foglie cadute, dagli animali o dai funghi, o quelli “artificiali” dovuti all’azione di altri esseri umani.
Nella mente che non conosce discontinuità tra boschi e città, la distinzione tra naturale e artificiale, così come quella tra natura e cultura, tende a svanire del tutto. Solo conta, per essa, il rapporto collaborativo che l’artista instaura con lo spazio nel quale interviene, che non è più quello esclusivo e anestetizzante della galleria o del museo. Il bosco, come la città, è uno spazio in cui si entra per forza di cose in relazione con una comunità (umana, animale, vegetale, in altre parole: interspecifica) di creature e di creativi capaci, per mezzo della loro sola esistenza e delle interazioni reciproche tra le differenti esistenze, di trasformare il reale.
Questo rapporto che tutti i viventi intrattengono tra loro e con il mondo che li circonda è a tutti gli effetti un rapporto estetico.
Come ci ricorda Emanuele Coccia, esso è il frutto “di comportamenti arbitrari, che non sono necessariamente quelli migliori e più utili” per i viventi, ma che portano incessantemente questi ultimi a “produrre delle opere per gli altri e per sé”.
La volontà di Shoe di sottoporre al bosco la propria opera nasce da una domanda: “Do animals like deer, beetles, or squirrels, ever get lost in the forest? Do plants and trees have free will?” Essa si rivela a noi in tutto il suo significato contemporaneamente poetico e meta-artistico del “vedere negli alberi”: una mise-en-abyme di scambi creativi interspecifici, che ci spinge a chiederci dove finisca l’artista e dove inizi il bosco, dove finisca l’opera e dove inizi l’albero.
Questa esperienza noi non l’abbiamo fatta in prima persona e, per il momento, la stiamo solo immaginando. Eppure questo nostro immaginarla non è solo il frutto di una finzione della nostra mente. Le fotografie di Devon Schoemaker ci permettono di ricostruire le tappe della comunione creativa tra Shoe e il bosco del Cavazzone. Esse ci mostrano le opere e gli alberi. Talvolta entrambe le cose, e allora la luce che esse catturano flirta con l’astrazione, e lo spazio quadrangolare della fotografia diventa teatro di forme e composizioni nuove: in esso le opere e gli alberi sono una cosa sola, un luogo della mente dove i confini – tra gli alberi e i fogli, tra le pennellate di aceto balsamico e le foglie, tra le lettere e i rami – sono per sempre sospesi.
Le fotografie di Devon Schoemaker non nascono per documentare quello che è accaduto nel bosco, ma per trasformarlo a loro volta, per mezzo dello sguardo e della luce. Esse aggiungono un capitolo a quella metamorfosi, prendendo parte a un processo creativo in cuila collaborazione non avviene più solo tra specie diverse, ma anche tra diversi med um artistici.
Questa collaborazione raggiunge il suo apice nel momento in cui i due artisti permettono ai rispettivi medium di incontrarsi, e cioè quando Shoe interviene, dipingendo, sulle fotografie di Devon. Il risultato è un palinsesto di segni: di pennellate che si aggiungono alla luce impressa sulla superficie, luce che mostra l’intreccio tra le pennellate nel bosco e i fogli, tra questi ultimi e gli alberi, tra tutto quanto concorre, nel qui ed ora dello scatto fotografico, a restituire sotto forme inedite l’esperienza metafisica e penetrativa del vedere negli alberi.
