/ PRESENTATION
BROKEN PROMISES
JOHN FEKNER
a cura di Jani Pirnat e Brad Downey
John Fekner (New York City, 1950) iniziò a scrivere poesie da adolescente ed il suo primo graffito all’aperto - nel 1968 - furono le parole “Itchycoo Park”, titolo di un brano di successo degli Small Faces inciso un anno prima. Il pezzo era dipinto in grandi lettere bianche su un edificio nel Gorman Park, nell’85esima strada nel Queens, New York. Da allora e fino all’inizio degli anni ‘80, Fekner portò avanti in modo anonimo un’azione di graffiti guerilla chiamata “Warning Signs”: azioni site specific realizzate nei cinque distretti di New York, oltre trecento opere concettuali, costituite da date, parole e simboli, che evidenziavano le condizioni pericolose nella città, enfatizzando i concetti di percezione e trasformazione. Nel 1977, Fekner iniziò a creare stencil in cartone ritagliato a mano. Li chiamò “word-signs” e li utilizzò in combinazione con vernice spray su luoghi che spaziavano dalle strade dei distretti industriali del Queens fino al South Bronx, come se la città stessa volesse prendere posizione su diverse questioni ambientali e sociali (decadenza di certe aree, avidità umana, inquinamento, critica ai mass media, espulsione dei nativi da New York…). I suoi interventi si focalizzavano soprattutto su aree che necessitavano urgentemente di costruzione, demolizione o ricostruzione e ne sottolineava il degrado; con il suo lavoro voleva attirare l’attenzione delle istituzioni, chiamare in causa i funzionari della città e sollecitare le organizzazioni sociali e le comunità locali affinché si assumessero maggiori responsabilità e agissero. Sebbene i suoi primi progetti, come Growth Decay, Industrial Fossil, Urban Decay, Decay/ Abandoned, Instant This, Instant That e The Remains of Industry, non fossero destinati a rimanere permanenti, furono i più riusciti quando il problema esistente venne risolto. Nel 1980, Fekner iniziò a creare anche installazioni indoor, sulle pareti e nelle finestre di “Fashion 时髦 Moda МОДА”, uno spazio che Stephen Eins aveva aperto a Bowery 98, nell’East Village, per supportare l’arte sperimentale e lo scambio culturale; un avamposto per la presentazione di forme d’arte minori, dai graffiti, alla breakdance e al rap, ad un pubblico più ampio. Due anni dopo, Fekner organizzò la mostra From The Monkey To The Monitor, dove presentò invasori spaziali metallici ispirati dal videogioco Arcade del 1978. La mostra venne realizzata in collaborazione con l’amico e collega artista americano Don Leicht. In quegli anni, oltre a Leicht, Fekner espose come figura importante all’interno della scena culturale di New York dell’epoca insieme a numerosi altri riconosciuti artisti di strada americani, come Keith Haring, David Wojnarowicz e Jenny Holzer. Nel 1981, Martin Nisenholtz, un insegnante, invitò Fekner, Andy Warhol, Keith Haring e Crash a sperimentare presso l’Alternate Media Center della New York University con Telidon, un primo sistema di grafica computerizzata. Nel 1983, Fekner formò City Squad, una band composta da adolescenti che lo avevano precedentemente assistito nelle sue opere di stencil all’aperto. Già nelle sue opere creative Fekner aveva utilizzato la tecnologia informatica, quindi non sorprende che anche nella musica abbia sperimentato con i primi programmi di sintesi vocale, sia nel suo primo LP intitolato 2 4 5 7 9 11/Rock Steady (1983) sia nell’album cult Idioblast del 1984, ripubblicato dopo 40 anni. Fekner è un artista generoso, aperto alla collaborazione con chiunque condivida il suo spirito critico ed un approccio non convenzionale nell’arte. In 60 anni ha esposto in numerose gallerie e realizzato progetti, muri, musica e video. E cosa fa oggi John? Sul suo sito web scrive: “Le mie ultime opere includono dipinti temporanei e progetti online utilizzando il web come spazio di lavoro sociale per collaborazioni musicali e video. Credo che il nuovo materiale rappresenti un nuovo modo di pensare per qualsiasi artista, indipendentemente dall’età o dal campo di specializzazione. Qualunque disciplina si scelga, è vantaggioso per un artista essere progressista e sfidare sé stesso, esplorando oltre i territori familiari. Immergendosi nell’incertezza, gli artisti affrontano nuove sfide e possono scoprire soluzioni innovative in modi inaspettati.”
