/ PRESENTATION

Golden Dark Age @ SpazioC21

Comunicato stampa

La mostra Golden Dark Age di BR1 è stata inaugurata nel contesto di Fotografia Europea nell’Aprile 2018.
La presentazione del lavoro, all-interno di Palazzo Brami, si è sviluppata su tre piani concettuali, idealmente legati tra loro da un invisibile filo conduttore: il confine.
Un confine - spesso evanescente - che disegna una nuova geografia sociale nel vecchio continente; che discrimina gli uomini all’interno di una stessa società; che genera paura, sfruttamento e nuove superstizioni; che sostituisce alla conquista della libertà e della tolleranza, perseguite in Europa per oltre cinquecento anni, un nuovo regime di privazioni.
Di questo, e di altro, tratta il lavoro artistico di BR1.
Il primo dei tre piani concettuali, nel cortile, si svela con l’esposizione delle fotografie della serie Golden Dark Age – realizzate per la partecipazione al circuito off di Fotografia Europea 2018 - con le quali l’artista affronta il tema del velo, del suo significato culturale e del suo mistero; le fotografie indugiano sul contrasto tra lo sfarzo della coperta isotermica - paradigma dell’opulenza della società occidentale - e la desolazione di chi vi viene accolto, arrivando senza beni e senza dignità dalle coste opposte a quelle su cui si affacciano i paesi più a sud dell’Europa. Una lettura complementare a quella esposta nel testo critico di Annalisa Pellino, la quale assegna nuovo valore ad un velo che, perdendo ad un tempo la sua carica di discriminazione e di oppressione, protegge l’intimità femminile minacciata dalla società dello spettacolo.
Il secondo dei piani concettuali si sviluppa invece alle spalle delle fotografie, all’interno dello spazio C21, quasi a costituirne un ideale approfondimento. In esso BR1 illustra con altre tecniche - la pittura, la scultura ed il video - il tema delle barriere, fisiche e culturali, che separano i popoli del mediterraneo e dividono la tradizione dell’Islam dalla cultura laica del mondo occidentale. In questo spazio la riflessione è centrata sul tema dei nuovi muri, delle libertà “private”, dei diritti non riconosciuti, della comunicazione e dell’inclusione; importanti, in questa rassegna di opere, sono le testimonianze del lavoro di denuncia che l’artista svolge negli spazi pubblici (documentate da fotografie di azioni urbane e non), ricordando a tutti noi che il tema dell’altro e dell’integrazione va affrontato e non ignorato, e che il fine ultimo dell’inclusione sociale è garantire l’inserimento di ciascun individuo all’interno della società, indipendentemente dalla presenza di elementi limitanti.
Il terzo spazio concettuale è situato in un luogo separato dai precedenti, all’ingresso degli uffici di Lo Studio.
Esso accoglie una rassegna di lavori in cui il tema dell’equità e delle pari opportunità tra le due culture vengono arricchiti da una varietà di immagini di vita quotidiana, sviluppate con la tecnica del collage e della pittura.
Il confine, in questa ultima raccolta, è nella nostra immaginazione e si situa tra la linea degli occhi lasciati scoperti nella feritoia di un niqab ed i colori di un variopinto hijab.
La presentazione di queste opere alimenta la riflessione su un tema ad alta carica emotiva nella nostra società contemporanea.
All’alba di un millennio caratterizzato da una virulenta ondata di flussi migratori, che stanno sconvolgendo i già fragili equilibri politici dell’Unione Europea, il lavoro di BR1 richiama la nostra attenzione sulle conseguenze sociali di un tema che ha già diviso i popoli dell’occidente.
Il sogno di un’Europa Unita, costituita da una federazione di popoli, con ambizioni di pace, prosperità e solidarietà, si confronta con fenomeno migratorio extracomunitario - e con le sue implicazioni sociali - generando insicurezza in una fase congiunturale già caratterizzata dalla stagnazione economica, dall’incertezza politica e dalla precarietà del lavoro.
La sostenibilità del modello europeo di integrazione dipende dunque dalla capacità di superare questa sfida, che la nostra società ha il dovere di affrontare con senso di responsabilità.
Ecco perché il lavoro di BR1 è rilevante.
Se uno degli scopi dell’arte è sollecitare il dibattito e la riflessione sul nostro futuro, l’artista ci indica una via.
Il suo linguaggio, immediato e rispettoso, pone l’accento sulle uguaglianze, sulle libertà e sul rispetto dei diritti umani, offrendoci al contempo una lezione di responsabilità civile ed un invito ad un nuovo futuro.

Golden Dark Age

di Annalisa Pellino

Il velo produce una lacerazione profondamente inquietante nella nostra organizzazione del visibile non soltanto all’interno della fotografia, dell’immagine materiale, ma anche all’esterno, nel contesto dello spazio pubblico. (B. N. Aboudrar)

L’uso del velo nel mondo arabo è disciplinato da un sistema aniconico che stabilisce una netta separazione tra spazio pubblico e spazio privato. La radice della parola hijab - la tipologia più comune di velo - indica ciò che interdice qualcosa alla vista e, concepito come una cortina1 che separa il mondo maschile da quello femminile, postula sì uno spazio di separazione, ma allo stesso tempo definisce un campo visivo che indica in absentia2 ciò che non possiamo vedere.
Come ha fatto notare J. L. Nancy, anche nell’etimologia della parola ‘ritratto’ (dal latino trahere), troviamo il senso di ciò che viene negato, tirato fuori da una parte e richiamato alla mente dall’altra: l’immagine prende il posto del soggetto e ne ammette l’assenza, ma più di ogni altra cosa la rende possibile. Dov’è che il soggetto stesso ha la sua verità e la sua effettività? Si chiede il filosofo. E ancora: un ritratto non è anzitutto, e alla fine, un incontro?
In un classico gioco di sguardi tra spettatore e soggetto,le immagini di BR1 predicano un’esperienza del visivo di tipo dialogico3 che si esercita anche da parte delle donne e non solo sulle donne. Nella possibilità di guardare senza esser viste, esse affermano la propria agency, producendo uno spazio di resistenza contro le regole di un regime di visibilità fallocentrico e misogino – ed esageratamente iconofilo nella cultura occidentale4. Se da una parte il velo respinge lo sguardo maschile, dall’altra si fa immagine esso stesso e finisce letteralmente con il marcare la presenza femminile nello spazio pubblico, contravvenendo alla vulgata che lo vuole strumento di sottomissione anziché di autodeterminazione. Le donne che indossano volontariamente il velo lo usano infatti come simbolo di appartenenza religiosa o quantomeno culturale.
A ben guardare infatti, è proprio l’imposizione di un regime di visibilità basato sulla trasparenza – che nell’era del terrorismo-spettacolo si fa controllo e sorveglianza – che lo mette al centro di una dinamica di sottomissione.
Basti pensare a quanto il recente dibattito sull’uso del velo (il caso del burkini in Francia, per esempio) abbia assunto toni che riecheggiano le campagne di s-velamento coatto imposto nei territori soggetti a dominio coloniale tra XIX e XX secolo e sostenuto persino dalle sorelle femministe5.
Ciò che emerge da questa antropologia dello sguardo esprime un aspetto specifico della ricerca sul concetto di confine, fisico e mentale, che l’artista conduce da vari anni, considerando il velo come una sineddoche, capace di sussumere simbolicamente la complessità culturale di un’intera area geografica – di cui l’occidente si è costruito un’immagine spuria, facendone una sorta di sè complementare6 in cui trovare rincalzo e seduzione.
Oggetto sociale e performativo, semanticamente ambiguo e politicamente controverso, il velo interviene nell’orizzonte visivo funzionando dunque come dispositivo, in quanto disciplina il rapporto tra sapere e potere e il processo di soggettivazione che in esso si inscrive attraverso l’habitus. Nei ritratti di BR1 alcune donne ci osservano e lo fanno da uno spiraglio, come se stessero sbirciando da uno spioncino. I loro volti sono schermati da un drappo dorato. Mentre riconosciamo nella coperta isotermica7 l’epitome del nostro tempo che quasi non necessita di commento, nessuna idea possibile di possesso ci viene offerta in quanto spettatori. Bastano pochi dettagli per comporre la messa in scena di una vestizione laica che, nell’interrogare lo stereotipo, lo rovescia. Il soggetto non è altro che ciò che emerge dalla piega o dall’incrinatura del dispositivo8ed è proprio questa feritoia che colpisce più di ogni altra cosa la nostra attenzione.
Chi è lei? Nessuno. Cosa sappiamo o siamo in grado di vedere? Niente. Nient’altro che il nostro esser visti e giudicati, perché è l’immagine che ci riguarda.

1 Il velo funziona come la mashrabiyya, caratteristica grata usata nei paesi arabi, e in generale segue lo stesso principio aniconico proprio dell’architettura araba. Si veda B. N. Aboudrar, Il velo e il rischio delle immagini, in Come il velo è diventato musulmano, Milano, R. Cortina, 2015, pp. 149-194.
2 J. L. Nancy, Il ritratto e il suo sguardo, Milano, R. Cortina, 2002. Si veda anche J. L. Nancy (a cura di), L’altro ritratto, catalogo della mostra MART di Rovereto, 2013-2014, Milano, Electa, 2013.
3 Sulla natura deittica dello sguardo e sul suo valore come agente dialogico si veda Hans Belting, I canoni dello sguardo: storia della cultura visiva tra Oriente e Occidente, Torino, Bollati Boringhieri, 2010.
4 Nei suoi studi sull’intima relazione tra modernità, modernismo e sessualità, Griselda Pollock ci ha insegnato a riconoscere lo spazio urbano fluido della flânerie moderna come un’area interdetta alle donne. Si veda G. Pollock, Modernity and the Spaces of Femininity, in Vision and Difference: Feminism, Femininity and the Histories of Art, London and New York, Routledge, 1988, pp. 50-90.
5 Il caso più noto è quello che ha avuto luogo durante la Guerra d’Indipendenza Algerina, testimoniato dagli scatti fatti da Marc Garanger alle donne berbere contro la loro volontà.
6 E. W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Milano, Feltrinelli, 2017.
7 Sviluppato per la prima volta dalla NASA, il materiale è costituito da un sottile foglio di plastica rivestito con un agente metallico, solitamente color oro o argento, che riflette fino al 97% del calore irradiato. Per questo motivo la coperta isotermica è utilizzata anche per ridurre la perdita di calore corporeo di una  persona. Fonte Wikipedia.
8 F. Carmagnola, Dispositivo. Da Foucault al gadget, Milano-Udine, Mimesis, 2015, p. 38.

RITORNI MEDIA

BR1

(Locri 1984)

BR1 è un artista visivo; il suo lavoro è carico di contenuto sociale e intende sollecitare riflessioni sulle contraddizioni che contrappongono il modello culturale dell’occidente e la tradizione dei popoli che si affacciano al Mediterraneo; un contrasto che vede il mare stesso come uno spartiacque tra popoli oltre a sottolineare la natura effimera di quell’equilibrio che dovrebbe legare civiltà legate dalla storia e sopravvissute per secoli a contrasti politici e religiosi.
BR1 indaga gli aspetti dell’integrazione e della mancata integrazione tra i popoli, il fenomeno sociale e politico più significativo dei nostri tempi, e rivolge l’attenzione sia alla crisi dei valori eurocentrici che a quella dell’egemonia occidentale.

Tratta di rapporti multietnici, del pregiudizio che circonda i fenomeni migratori, della disgregazione degli ideali democratici e liberali che hanno arginato i pregiudizi razziali; e delle ambiguità della società globalizzata che, invece di attenuare i limiti e le frontiere, crea nuovi livelli di esclusione sociale.

Quella di BR1 è una lettura penetrante dei contrasti tra etnie; del rapporto tra povertà, diseguaglianza e progresso; degli stili di vita che contrappongono la società occidentale a quella islamica; della distanza che separa tecnologia e tradizioni; dei costi sociali delle migrazioni; e delle barriere culturali che
alimentano la paura e prevengono l’inclusione in terra straniera. Fenomeni nei quali alla vita e all’identità degli uomini è contrapposta un’opinione pubblica sempre più ostile: una sfida politica che la classe dirigente fatica a dominare.

BR1 indaga anche il concetto di “cambiamento” attraverso la lente dei confini, fisici e mentali, e delle identità culturali; legge criticamente la società multietnica attraverso gli occhi dello straniero, ironizza sulle distanze semantiche tra culture e sottolinea la lezione di chi vive il multiculturalismo in una situazione di confine. Centrale, nel suo lavoro, è la posizione della donna: sia nella società islamica contemporanea che
nell’area euro-mediterranea. Il velo, considerato uno spartiacque tra la cultura occidentale e quella islamica, è argomento primario nella sua ricerca.
Nell’anno in cui Fotografia Europea pone l’attenzione sul tema della “rivoluzione dello sguardo e della visione” e si concentra sul “cambiamento”, BR1 supera la sua ricerca sui manifesti pubblicitari e sul decollage e presenta una sua riflessione fotografica sul “cambiamento”, utilizzando un media complementare alle sue azioni effimere di strada.

BR1 è nato a Locri nel 1984.
Laureato nel 2009 in diritto islamico presso la facoltà di Giurisprudenza di Torino ed è avvocato dal 2014.
Vive e lavora a Torino.