/ PRESENTATION
EN PLEIN AIR
CANEMORTO
di Antonio Grulli
È sempre importante tenere a mente che il fondamento dell’arte - per come la concepiamo oggi e per come è stata concepita almeno dal medioevo a oggi - risiede in un percorso di eccedenza, di sconfinamento, di costruzione di un cammino in grado di esorbitare, di uscire fuori da un’orbita che sembra segnata e definitiva. Si è veri artisti se si è in grado di prendere almeno un elemento che non aveva cittadinanza nel mondo dell’arte, che viveva al di fuori dei confini artistici, e si riesce a far capire, con la propria forza e la propria abilità,
che quell’elemento ha pieno diritto di esistenza come oggetto, sentimento, forma, stile in quel mondo dell’arte da cui fino a poco prima era interdetto. Il “fuori” è il centro dell’arte. E tutto questo processo si è manifestato sia come contenuto delle opere sia come posizione dell’artista, non solo intellettuale, ma al contempo fisica e corporea. In quest’ottica, è importante ricordare due momenti cruciali per la storia dell’arte: il 1841 e il 1949. Perché talvolta non basta desiderare qualcosa, bisogna che le circostanze materiali e tecnologiche
lo consentano. E queste circostanze producono quasi sempre una reazione, l’emersione di energie e frizioni già presenti che vengono liberate completamente, rese manifeste.
Nel 1841 il ritrattista americano John Rand inventa i tubetti di stagno morbido per sostituire i vecchi e scomodi contenitori dove venivano conservati i colori ad olio. Pierre-Auguste Renoir, a questo proposito, avrà modo di dire la famosa frase “Senza tubetti di colore non ci sarebbero stati Cezanne, Monet, Sisley o Pissarro, e ciò che la gente avrebbe definito impressionismo”.
Ed è vero: il tubetto permette ai pittori di uscire dal proprio studio e di dipingere per ore e ore con comodità e agevolezza.
Nasce la pittura en plein air. Ma questa rivoluzione non va solo intesa nel suo senso artistico e linguistico.
Si è trattato di una rivoluzione che ha fatto emergere con più forza alcune caratteristiche dell’essere un artista nel mondo.
Si tende a pensare che uno iato tra l’arte e le persone si sia creato a partire dal periodo delle avanguardie storiche in avanti.
Ma non è così. La vera arte, la nuova arte, è un atto terroristico, perché fa capire alle persone che lo spirito del tempo è cambiato completamente. È uno scombussolamento di tutte le nostre certezze, e non vi è nulla di piacevole o accomodante in questo.
La vera arte è scomoda, disturba, ci prende e ci strazia completamente. Giotto ha compiuto una rivoluzione tremenda, superiore a quella di Duchamp, ed era amato solo da una élite intellettuale. Il volgo non lo capiva: il volgo voleva il fondo oro e i merletti gotici; quelle facce da contadini e quella presenza corporea tridimensionale erano una bestemmia nel momento in cui si parlava di Dio e dei Santi.
La nascita della pittura en plein air provoca una reazione furiosa da parte delle masse, che odiano profondamente questo nuovo genere di pittura. Abbondano gli aneddoti delle reazioni alle prime mostre in Francia, così come nei confronti di un pittore come William Turner, che viene continuamente sbeffeggiato in patria sui quotidiani. Sono sicuro che non si tratti solo di un’incomprensione nei confronti di una pittura nuova; sono sicuro che queste figure, gli artisti, in giro per il mondo, liberate dal loro studio, così indipendenti e anomale, così eccedenti e, nel loro essere diverse, così antisociali, terrorizzino ancora più della loro pittura. Vincent Van Gogh viene ucciso per questo; e se non vogliamo credere a questa versione della storia, non possiamo negare che venga “suicidato dalla società”.
A Renoir capita qualcosa di molto simile e riesce a salvarsi per un soffio. L’artista per la massa deve stare nel suo spazio, nel suo studio, al chiuso, confinato dal mondo. Non deve uscire. Ma l’artista esce. L’arte deborda. E lo studio diventa la strada.
Perché l’arte necessita della vita per poter nascere, e la vita necessita dell’arte per poter diventare eterna.
Nel 1949 Edward Seymour introduce per la prima volta della vernice nelle bombolette spray, del colore. Gli artisti hanno un nuovo strumento, ancora più veloce, ancora più comodo, e che suggerisce soluzioni stilistiche e formali inedite. Questa semplice innovazione, l’introduzione di colore all’interno di uno strumento già esistente, produce un terremoto ancora in corso oggi.
La frizione tra artista e collettività si esaspera di più, e iniziano copiosi i morti, gli arresti, le multe, le indagini.
Il collegamento tra la pittura e l’arte di strada nelle sue molte sfaccettature potrebbe a molti sembrare peregrino.
Ma non è così, anzi. Da critico d’arte mi intriga il fatto che vi sia una vera e propria continuità e una sorta di passaggio di eredità.
Negli ultimi decenni l’arte contemporanea “mainstream” (chiamiamola così per comodità…) ha cercato (senza riuscirci del tutto) di sbarazzarsi di tutta una serie di caratteristiche proprie: in arte è diventato poco elegante parlare di riconoscibilità stilistica per il lavoro di un artista, così come sembra superato il concetto che qualcuno possa apportare un’innovazione formale per la prima volta; è assolutamente bandita ogni forma di valutazione del valore degli artisti, i quali sembrano vivere in una sorta di limbo informe all’interno del quale hanno tutti la stessa grandezza, o la stessa piccolezza, e all’interno del quale si riesce a emergere su non si capisce quali criteri.
L’arte della strada ha raccolto dalla spazzatura tutti questi principi e li ha fatti propri: la riconoscibilità stilistica è fondamentale nella strada, ed è vanto dell’artista, così come ogni writer conosce perfettamente chi e quando ha creato per la prima volta una certa lettera fatta in un determinato modo, mai visto in precedenza. E ci si scanna in continuazione per capire chi è più grande nell’arte di strada, luogo in cui non tutti hanno lo stesso valore. L’arte di strada vive, sana, e vegeta, nonostante il tentativo di repressione: non ha bisogno di scuole, non chiede finanziamenti, non vuole propaganda.
E qui arriviamo alla mostra dei CANEMORTO. L’intero progetto è un enorme e poetico tributo alla pittura en plein air; agli avi come Renoir, Monet, Cezanne, Van Gogh, che per primi si sono messi del colore negli zainetti e dei cappelli in testa e sono andati in giro a far danni; a coloro che per primi si sono messi in pericolo per testimoniare col proprio corpo l’importanza dell’arte, e di come non vi sia arte senza vita e vita senza arte. È un tributo poetico alla maniera dei CANEMORTO, in cui la beffa teppistica diventa vicinanza e trucco per poter abbracciare ciò che sembra distante e diverso.
Il perno dell’intera mostra è il video diretto da Marco Proserpio in cui viene documentata la partecipazione dei nostri a un concorso di pittura estemporanea en plein air, avvenuto nei mesi scorsi. Un concorso a cui i CANEMORTO non solo partecipano, ma dal quale escono vincitori (è tutto vero, ve lo giuro) nonostante abbiano fatto di tutto per perdere. Da qui prende il via una sequenza di vicende completamente folli sempre a cavallo tra spavalderia e miseria, presa per il culo e generosità, follia e onestà intellettuale; tutti
elementi caratteristici della loro arte, soprattutto dei molti video, realizzati sia come opere sia come veicolo di comunicazione con il proprio pubblico.
A questo si aggiungono in mostra una serie di quadri dove si confrontano con il genere della pittura en plein air e di paesaggio.
E qui emergono gli elementi più stupefacenti. Perché i CANEMORTO hanno un’anima profondamente legata alle esperienze storiche dell’arte, soprattutto delle avanguardie di inizio Novecento, nei confronti delle quali è evidente un vincolo di amore e di riconoscenza.
In questi quadri ho sentito il sapore della linea seghettata e tagliente di Ernst Ludwig Kirchner, dei suoi paesaggi alpini dell’esilio svizzero, in cui si rifletteva la cupezza dei tempi in cui talvolta si è chiamati a vivere; ho ritrovato i cieli neri dei murales di Diego Rivera nel ministero dell’istruzione di Città del Messico, sotto i quali una rivoluzione tentava di compiersi; ho scovato le figure di Paul Gauguin, nascoste in un paesaggio troppo intriso di malinconia per poter essere riconosciuto come un paradiso terrestre; ho percepito la passione dei Fauves nel fare paesaggi dai sentimenti umani. Sono dipinti profondamente classici, sebbene attuali, nei quali si compie la magia di poter dipingere in tre, generalmente una bestemmia per la pittura.
Ma questo devono fare i veri artisti probabilmente: bestemmiare nella chiesa delle regole sacre dell’arte.
La loro collaborazione allora si muove tra la pratica del cadavere exquis e il procedere collettivo della musica di oggi.
Con la grandezza che solo ai poeti appartiene, Vladimir Majakovskij, altro gigante suicidato della società, una volta ha scritto “Non rinchiuderti, Partito, nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada”. Il poeta parla del tutto anche quando parla dello specifico.
Il ragazzo di strada di quegli anni era il teppista, l’irregolare, termini con i quali anche lui veniva identificato e si identificava: esattamente quello che sono gli artisti nelle strade oggi.
E il partito che si chiude nelle sue stanze non è solo il partito politico, è anche l’arte che si istituzionalizza, che si fa accademia, che si distacca dalla vita, che si astrae dal mondo reale, che si fa retorica per poter sopravvivere quando meriterebbe di morire.
Blaise Pascal ci ha spiegato come tutti i problemi dell’uomo nascano dall’incapacità di stare tranquilli in una stanza.
Ma noi sappiamo che in quanto uomini moderni fatti non fummo per viver come bruti. Preghiamo allora perché anche in futuro gli artisti trovino gli strumenti e il modo di uscire nel mondo a dare fastidio, a risplendere, a scuotere le coscienze, a rendere questo posto che ci è dato vivere ancora più spaventosamente bello.
