/ PRESENTATION
FURYO
scavare e proteggere
STEFANO SERRETTA
Testo di Andrea Tinterri
Basterebbe il titolo per sintetizzare l’intero processo espositivo, quell’acronimo che lega utopia e fallimento, il ritratto di una generazione che inizia a fare i conti con il proprio passato e le proprie macerie.
Classe 1987, STEFANO SERRETTA scava e protegge, due operazioni complementari, utili a conservare la memoria di un recente passato, di quella testimonianza politica e culturale schiantatasi alle soglie dell’utopia. Il dato autobiografico si fa voce narrante, SERRETTA ricostruisce un universo di persone, fatti, oggetti, chimere che hanno caratterizzato la scena politica italiana, ma non solo, dalla fine degli anni Novanta al G8 di Genova, l’epilogo dell’illusione. FURYO non è solo un acronimo, ma l’alter ego dell’artista stesso, testimone di un processo collettivo, ormai naufragato, che necessita una riflessione a sangue freddo.
Il confine privato/collettivo, su cui galleggia l’intero lavoro, si formalizza nel binomio interno/esterno che caratterizza il progetto allestitivo. SERRETTA occulta parte delle finestre e della porta d’accesso alla galleria con assi di legno grezzo su cui campeggia la scritta “The sand knows what the rock does not”.
Un modo per celare e proteggere, almeno parzialmente, l’installazione interna alla sala. La palizzata segnala un’attesa e al contempo un trauma, quel fallimento che l’interno svelerà nella sua deflagrazione. Ed è la scritta a ribadire la funzione del Tempo, quella sedimentazione che trasforma la roccia in sabbia, utile a maturare una reale consapevolezza degli accadimenti e una distanza storica che affranchi il ricordo da inutili sentimentalismi nostalgici.
Cosa rimane di quell’esperienza, di quello slancio politico consumato tra centri sociali e graffitismo urbano, di quel movimento che a Genova nel 2001 ha visto i meriti e i limiti di una mobilitazione collettiva?
La biografia di SERRETTA si eleva a racconto generazionale a partire dal mondo dei graffiti, evocato dalla scritta stessa, che lo vede coinvolto dal 2003, soprattutto negli spazi di fabbriche abbandonate dell’ex triangolo industriale. Una pratica, la sua, che mai si è piegata alle commissioni legali, restando fedele ad un’imprescindibile clandestinità del gesto.
La palizzata è un confine, uno spartiacque tra ciò che è accaduto e ciò che sarebbe potuto succedere, tra il dentro e il fuori, due territori contigui ma indipendenti. L’installazione interna presenta una pavimentazione in marmo su cui SERRETTA incide la sua cosmologia generazionale, come scrive lo stesso artista “uno spaccato il più aperto possibile, spero anche contraddittorio, di cosa era crescere tra i cd dei 99 Posse, i giornali di Lotta Comunista, il rap di Pac e Biggie, Lord Bean e Fabri Fibra, i Nirvana, gli action movies di Stallone, i graffiti, i film di Star Wars, l’arrivo del Signore degli Anelli, l’arrivo della pornografia a largo consumo, e poi i rave”.
Riferimenti la cui contraddittorietà rispecchia quella di una generazione non più militante in senso stretto, ma permeabile ad interferenze culturali provenienti da scenari apparentemente discordanti.
Una narrazione scavata nel marmo da cui si solleva un pulviscolo di roccia, un tempo aggredito dall’illusione, in attesa dello schianto. Perché ogni utopia conosce il proprio fallimento, ma ogni sconfitta mostra caratteri peculiari e non sovrapponibili ai precedenti.
Le pareti della galleria rimangono prive di qualsiasi riferimento iconografico, l’intera installazione si deposita a terra, il pavimento assume la forma di un diario che il pubblico può attraversare. Il posizionamento orizzontale è la diretta conseguenza del fallimento di cui FURYO si fa portavoce, nulla è più ancorato a parete, ogni ricordo precipita graffiando e scavando il marmo. Frammenti di un’archeologia da preservare a tutti i costi, in attesa di una ricomposizione.
Perché l’utopia contiene anche il suo tracollo e la cura delle macerie superstiti è un atto di compassione e comprensione, ma soprattutto di rinnovato attivismo.
