/ PRESENTATION
paradiso
MP5
testo critico di Beatrice Laenza
HUMAN PROJECTS
Libertà.
Aspetta. Trattieni per un momento il pensiero.
Rimani in quello spazio liminale dove argomenti in conflitto, confusione e dubbi si intrecciano.
Fermati a chiederti: cos’è, per te, la libertà? È esenzione da controllo, dispotismo, dominazione?
È il possesso di particolari forme di privilegio? Richiede forse specifiche qualità morali o mentali?
È l’assoluzione da doveri e responsabilità? È uno stato dell’essere, o la sua assenza?
Dibattuta, consumata, logorata, appena percepibile e concettualmente sfuggente, la libertà è un’invenzione squisitamente umana che consumiamo nei gradi d’assenza—assenza di vincoli, imposizioni, giudizi. La libertà è al centro della retorica occidentale della soggettivazione, intesa nell’equivalenza tra individualità ed emancipazione, come distacco dai legami che uniscono il singolo al molteplice. Il filosofo Byung-Chul Han denuncia come l’attuale regime neoliberale, con la sua dottrina coercitiva di trasparenza assoluta, di costante performance veicolata dalle infrastrutture digitali, abbia ridotto il “soggetto” a un “progetto”, dove (l’illusione della) libertà si alimenta di un’ottimizzazione compulsiva, esercitata da una moltitudine frammentata di imprenditori dell’“auto-produzione illimitata”.
Eppure, la radice indoeuropea della parola “libero” è la stessa di “amico”, un termine che, legato a devozione e amore, appare per la prima volta nel Rig Veda, uno dei testi vedici più antichi, datato tra il 1500 e il 1200 a.C.
La libertà, a differenza del significato contemporaneo che la associa quasi sempre alla rinuncia di dipendenze-secolari o religiose-era in origine sinonimo di una relazione interpersonale e plurale, fondata su empatia, affinità sensuale e reciprocità. Non è una condizione che si coltiva in isolamento, ma un processo che si esercita con gli altri; un cammino che apre “la possibilità di reti di connessioni chiamate solidarietà in politica e conversazioni condivise in epistemologia”
(Haraway, 1988). È una inestinguibile ricerca ed un desiderio di mutuo divenire.
Le persone sono già lì. Molte, probabilmente, ti sono sconosciute. I tuoi occhi si muovono alla ricerca del familiare-gesti, sguardi, posture. Afferri con la vista e ti protendi verso il non detto. Ti lasci avvolgere da quella materia vibrante che permea la zona morbida dell’esitazione, dove le regole non si impongono ma si intuiscono, in una tacita accettazione dei limiti della “visione”. È qui che il corpo insegna a porre domande, ad abitare la prossimità non nella paura o nel sospetto dell’altro, ma nell’attesa della possibilità di una connessione che la presenza trasforma in comunanza.
Che sia più o meno amplificata dalla tecnologia, la nostra capacità di percepire, elaborare e comunicare si esprime attraverso un sistema organico primate. I corpi sono dispositivi di apprendimento, assemblaggi viventi che generano una conoscenza sempre particolare, situata, plasmata dal contesto e prodotta nell’incontro con ciò che è alieno, improbabile,
sconosciuto-umano e non. Nelle culture amerindie, l’universo sociale si fonda su una visione prospettivista, detta anche “multinaturalismo” (Eduardo Viveiros de Castro), in cui le relazioni non si basano su gerarchie evolutive di oggettivazione, ma si vivono come reti trasformative, dove anche gli attori non umani sono considerati “persone”, dotate di coscienza e intenzionalità. Questa prospettiva relazionale promuove configurazioni orizzontali di co-dipendenza e co-costituzione, che conferiscono agentività sia agli umani sia a ciò che è oltre-l’umano, suggerendo che la sopravvivenza del pianeta è
possibile solo nella consapevolezza dei profondi intrecci che attraversano i nostri corpi, gli ecosistemi artificiali e naturali.
In questo paradiso entriamo vulnerabili e impreparati. Eppure, ci viene offerta protezione; ci viene concesso un luogo civico di allenamento, di prototipazione in cui custodire spazio per e con gli altri. Dove impariamo non solo a vedere, ma anche a scegliere il punto da cui guardare. Qui riscopriamo che la libertà non è uno stato, ma un progetto umano che germina dall’osservazione partecipativa, che si consuma nella costruzione collettiva di un patto sociale fondato su rispetto, responsabilità e una politica egualitaria della coesistenza.
Bibliografia
Alexandre Surrallés and Pedro García Hierro (eds.), The Land Within - Indigenous Territory and
Perception of Environment, IWGIA, 2005.
Arturo Escobar, Michal Osterweil, Kriti Sharma, Relationality. An Emergent Politics of Life Beyond the Human, Bloomsbury Publishing, 2024.
Byung-Chul Han, Psychopolitics: Neoliberalism and New Technologies of Power, Verso, 2014.
Donna Haraway, “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective” in Feminist Studies, Vol. 14, No. 3 (Autumn, 1988), pp. 575-599.
Eduardo Viveiros de Castro, Cosmological Perspectivism in Amazonia and Elsewhere: Four Lectures Given
in the Department of Social Anthropology, University of Cambridge, February-March 1998,
HAU Journal of Ethnographic Theory, 2012.
Allison Weir, Decolonizing Freedom, Oxford University Press, 2024.
