/ PRESENTATION
Teatro Umano, Teatro della Natura
Biancoshock / Francesco Garbelli / Dott. PorkA’s
Estratto dal testo critico di Francesco Ciaponi
C’è una domanda che la cultura underground non ha mai smesso di porre: come si sottrae un’immagine alla propria destinazione d’uso? Come si forza un segno affinché racconti qualcosa di contrario da ciò per cui è stato costruito?
La risposta situazionista aveva un nome preciso: détournement — non una parodia, non una semplice ironia, ma un dirottamento. Teatro Umano, Teatro della Natura si installa precisamente in questo punto di tensione. I lavori riuniti — sculture e installazioni urbane di Biancoshock e Francesco Garbelli, fotografie del collettivo Dott. PorkA’s — non condividono uno stile, né un’iconografia comune, condividono un metodo: estrarre dalla realtà quotidiana un frammento di linguaggio già codificato — il cartello aziendale, la targa stradale, la rappresentazione sacra, il verde ornamentale — e restituirlo in una forma che ne rende visibile il contenuto ideologico latente.
Garbelli e Biancoshock lavorano sulla frontiera più ideologicamente densa della città contemporanea: il verde pubblico. I giardini, le aiuole, le rotonde non sono natura — sono la sua rappresentazione scenografica, il suo simulacro addomesticato.
La loro “Apocalypse Trilogy” installa i suoi paradossi in un’economia che è parte del gesto critico: fiori obesi nutriti da una multinazionale del fast food, fiori in gabbie arrugginite sotto il patrocinio di una holding immaginaria, fiori etichettati con nomenclatura latina come campioni di un catalogo scientifico che è anche un referto del dramma in cui siamo immersi.
È il greenwashing portato alla sua conseguenza più paradossale, il momento in cui la forma dell’istituzione si rivela come maschera di potere.
Il Teatro Umano appartiene invece ai Dott. PorkA’s, che hanno costruito una pratica senza equivalenti nel panorama italiano: la street-photo performance. La fotografia non documenta un’azione, ne è parte costitutiva. La loro serie “Jesus was not a rock’n’roll star” affronta la figura di Cristo non come tema religioso, ma come campo di forze culturali. Un Cristo che lascia Roma col trolley il giorno dell’elezione papale, che spezza il pane in un kebab, che si face tatuare il dollaro sul petto — questo Cristo non insulta la tradizione cristiana, ne mette in scena la radicalità originaria che l’istituzione ecclesiastica ha sistematicamente neutralizzato.
I PorkA’s invertono il gesto duchampiano: portano la galleria — il suo sguardo, il suo apparato simbolico — nei luoghi che la galleria non nominerebbe mai, perché la loro verità sarebbe insostenibile.
Due elementi strutturali accomunano tutti e tre gli artisti: l’uso della casualità e la centralità del gioco. Lavorare in spazi che non si possiedono significa rinunciare all’illusione di poter progettare ogni dettaglio.
L’imprevisto non viene evitato, viene accolto come parte del linguaggio e il gioco — inteso non come evasione, ma come fondamento epistemologico — è lo strumento che permette di prendere sul serio ciò che il sistema dominante ha reso invisibile, naturale, indiscutibile. Che questi lavori entrino in galleria non è una contraddizione, è la condizione che Walter Benjamin aveva intuito: l’opera che perde l’aura del contesto originario non scompare, ma muta di funzione, diventa documento, traccia di una situazione avvenuta altrove. La galleria non la neutralizza, la rallenta.
Qui lo sguardo può finalmente fermarsi, libero di leggere i cartelli, di far proprio il meccanismo del détournement, tutto ciò che la città nella sua fretta delirante rende impossibile. Lo spazio appartiene a chi è disposto a trasformarlo, anche temporaneamente, anche illegalmente, anche sapendo che qualcuno lo riporterà all’ordine. Il significato appartiene a chi ha il coraggio di renderlo instabile. I fiori obesi di Garbelli e Biancoshock crescono in quella fessura. Il Cristo dei PorkA’s ci cammina dentro.
