/ PRESENTATION

What Lies Beneath

Brad Downey

Unauthorized
di Emanuela Mazzonis di Pralafera

“I wrote ‘copyright is for losers’ in my (copyrighted) book and still encourage anybody to take and amend my art for their own personal amusement, but not for profit or making it look like I’ve endorsed something when I haven’t. Thanks.” (from Banksy’s website)

La bambina con il palloncino, i poliziotti che si baciano, il ragazzo con il volto coperto che lancia un mazzo di fiori, John Travolta e Samuel Lee Jackson che reggono due banane al posto delle pistole, un giudice che picchia un manifestante, i topi, le scimmie. Questa sequenza di immagini, a cui se ne aggiungerebbero tante altre, senza bisogno di troppe spiegazioni, è immediatamente riconducibile allo street artist per eccellenza, colui che non ha un’identità, che sfugge al sistema, anche se dal sistema dipende fortemente: Banksy. E ancora: l’autodistruzione dell’opera, appena dopo essere stata battuta all’asta da Sotheby’s per 1 milione di dollari, della famosa bambina con il palloncino rosso. Una performance quest’ultima, in assenza dell’artista, che ha avuto una risonanza planetaria. Potremmo chiamarlo ‘effetto Banksy’, ogni qualvolta l’artista compie una sua azione o crea un suo murales di notte e di nascosto, l‘eco è immediato. Un artista che, volutamente rimasto nell’anonimato, ha ottenuto un successo mondiale. La sua figura è divenuta un paradosso commerciale e legale, critica il concetto di copyright, ma agisce legalmente per proteggere le sue opere con dei marchi registrati per tutelare la sua arte e la sua identità. Appropriazione del diritto d’autore, discussione sull’autorialità dell’opera d’arte, utilizzo di immagini altrui per la produzione di propri lavori. Tutto questo si ritrova nel corpus di opere “What Lies Beneath” di Brad Downey. Già il titolo è provocatorio: cosa c’è sotto, cosa è nascosto sotto le apparenze, cosa vediamo oltre l’immagine che abbiamo di fronte. Ciò che guardiamo viene rimesso in discussione. Downey ha riportato alla luce, come un archeologo contemporaneo, una serie di murales di Banksy che, quest’ultimo, aveva prodotto nel 2003 per una mostra presso il Kunstraum Kreuzberg Bethanien di Berlino. Mostra alla quale, all’epoca, era stato invitato anche lo stesso Downey per il quale questa era la prima mostra collettiva in Europa. Nel 2011 in occasione dell’esposizione dal titolo “What Lies Beneath”, l’artista americano a cui era stata affidata la stessa sala dove anni prima erano stati esposti proprio quei murales di Banksy, decide di riportarli alla luce, facendo un vero e proprio lavoro di scavo sui numerosi strati di intonaco che negli anni erano stati applicati su quei muri. Downey fa rinascere le opere dell’artista che fa dell’appropriazione la sua bandiera, utilizzando proprio lo stesso metodo. Siamo di fronte a un caso lampante di appropriazione non autorizzata, sfruttando il ‘brand’ più dibattuto in campo artistico sulla questione della proprietà intellettuale e dell’autorialità dell’opera. Downey, come Banksy, gioca con il sistema sovvertendone le regole e utilizzando gli strumenti del sistema stesso per compiere il suo intervento. Sia l’uno che l’altro riescono molto bene nella realizzazione delle loro provocazioni: fanno parlare di loro stessi, generano polemiche, confondono le idee e mescolano realtà e finzione. Manipolano la realtà o le opere di altri artisti per offrirci una nuova realtà da indagare. Di fronte alle loro opere siamo costretti a porci delle domande sul senso stesso dei lavori che stiamo guardando. E quanto più attuale, nei giorni nostri, può essere l’indagine sull’autorialità dell’opera nell’epoca dei social media, dell’intelligenza artificiale e delle fake news? Osservando i dittici di Downey dove tre murales di Banksy sono stati riportati alla luce, nel senso letterale del termine, ci chiediamo se le immagini siano reali, manipolate, copiate o inventate. Dopo il ritrovamento sul muro dei singoli pezzi che componevano i murales di Banksy, l’artista americano ha ricomposto l’immagine originale e ne ha prodotto un’immagine iperspettrale, che dunque si può ‘leggere’ grazie ad un’analisi approfondita dell’immagine stessa, che è stata scavata e osservata attraverso i suoi tessuti. Nel dittico vediamo sia l’immagine ricomposta che i quadrati di muro rosso da cui i tre murales sono stati estratti. Un’immagine e un’astrazione, un pieno e un vuoto, vita e morte. Queste opere oltre ad avere un forte richiamo al significato della parola fotografia, scrivere attraverso la luce, riportano in vita l’anima dell’immagine, rifacendo luce su qualcosa che era stato nascosto. L’operazione di Downey è sempre più interessante, in quanto non solo fa rivivere, riappropriandosene in modo illecito, un’opera di un artista che vive di interventi effimeri e che si serve di questa temporalità per ‘fare spettacolo’, ma va oltre. Rimette in discussione il concetto di autorialità dell’opera, aprendo un più ampio dibattito sul controllo della proprietà intellettuale nel mondo dell’arte, in un momento in cui a complicare le cose ci si mette anche l’Intelligenza Artificiale. Soprattutto nel mondo delle immagini e della fotografia. Downey non fa uso di IA, ma pensando al suo operato il collegamento viene spontaneo. Nell’ultima conversazione che ho avuto con l’artista, abbiamo proprio parlato di questo argomento. Possiamo fidarci delle immagini che guardiamo? Dove finisce la realtà e dove inizia la finzione? Chi sono gli autori delle immagini che riempiono la rete e che compongono il nostro presente? L’artista mi ha raccontato che Midjourney, cito le sue parole, ‘is caught copying my style to train its artificial intelligence’. Questo implica l’utilizzo di sue immagini e di tante altre migliaia di artisti viventi e non, famosi e meno famosi, per arricchire il proprio database e poter creare (cito testualmente la spiegazione trovata su google e generata da IA): “Immagini di ogni genere: realistiche, artistiche (stile pittori famosi, fumetti, astratte), perfette per design, marketing, arte e intrattenimento”. Si tratta dunque di un furto alla luce del sole, o meglio ‘alla luce del web’, di opere d’arte di artisti coperti da copyright? Che fine ha fatto la tutela dell’artista? Banksy e Downey, che hanno iniziato a lavorare negli stessi anni (fine anni novanta / inizio del nuovo millennio) hanno anticipato di qualche anno quello che oggi il vasto e preoccupante mondo del web e dell’intelligenza artificiale sta attuando a velocità indescrivibile. Aprendo questioni, dubbi, controversie in ambito legale, commerciale e intellettuale di cui il mondo dovrà occuparsi di regolarizzare e legittimare. Lascio ai posteri l’ardua sentenza.