/ PRESENTATION

SUBSTRATUM
Gonzalo Borondo

Testo di Andrea Tinterri

GIANO
Due piccole nicchie rivolte verso la strada, protette da un porticato esposto alla via Emilia. Sono i luoghi dell’incipit narrativo della mostra SUBSTRATUM di Gonzalo Borondo. Luoghi che contengono due immagini, fotografie stratificate a mostrare un volto in rotazione. Il ritratto è quello del fotografo Nadar che nel 1865 si immortalò in una serie di immagini che restituivano il proprio volto in una rotazione di trecentosessanta gradi.
Borondo fa propria la sollecitazione del fotografo francese, ma rifiutando la staticità dello scatto singolo e sovrapponendo le immagini crea un ritratto totale, in cui la riconoscibilità del volto si perde scemando in una convulsione di frame concomitanti. Ogni citazione e ogni riferimento alla storia della fotografia ha un peso specifico e indirizza il racconto espositivo. Borondo apre la mostra con immagini di uno dei più importanti ritrattisti della storia, il cui obiettivo era raggiungere quella somiglianza intima che corrisponde all’intelligenza morale del tuo soggetto. Ma tale somiglianza in Borondo è negata, anzi viene volutamente cancellata in favore di una sovrapposizione insistente, la fotografia non è una traccia che blocca l’istante, ma contamina il Tempo.
Infatti la mostra si presenta come una sovrapposizione di piani in cui la fotografia si confonde e si mescola neutralizzando la riconoscibilità del soggetto. Perché ad emergere è un presente antico di milioni di anni, che non vacilla alle sollecitazioni della cronaca o delle mode contingenti, ma si radica su un immaginario arcaico, di idoli che si susseguono e si trasformano, senza mai mutare la propria funzione totemica. E il ritratto funge da collante a tutto questo, le immagini di Nadar hanno una perfetta corrispondenza con due grandi autoritratti di Borondo che compaiono all’interno del chiostro dello spazio espositivo. Una finestra spalancata su un tunnel di alberi in prospettiva e statue di antichi eroi posti su alti piedistalli, si sovrappongono rispettivamente alla nuca e al viso dell’artista, suggerendo un paesaggio eterno che fagocita ogni immagine, ogni fotografia, ogni transito dello sguardo.
Giano guarda al passato e al futuro, l’artista che si fa idolo in un sincretismo che accoglie e raccoglie la memoria dell’umanità tutta; la finestra è una soglia che implica un attraversamento non necessariamente verso il nuovo.
Il ritratto mantiene un rapporto ambiguo con il tempo della storia, dialoga con la statuaria dal tormento eroico, anzi la contiene per evidenziare un presente perpetuo e una ciclicità astorica.
Seppur in maniera indiretta la ricerca di Nadar si mantiene sottotraccia, una dialettica costante tra passato e futuro che
nel fotografo francese si declina in un’alternanza tra alto e basso, tra cielo e sottosuolo che travalica il ritratto.
Infatti Gaspard-Félix Tournachon (il vero nome di Nadar) appassionato d’aeronautica fu il primo, grazie ad un pallone areostatico, a fotografare Parigi dall’alto e fu il primo a immortalare, grazie all’utilizzo della luce artificiale, le catacombe e le fogne della capitale Francese. Così facendo segnala una corrispondenza forse simbolica, proponendo un ritratto totale della città. Una duttilità che sembra, con uno sforzo immaginativo, assecondare la ricerca di Borondo, i sotterranei della storia che affiorano in superficie e si calano nel presente.
Probabilmente non è un caso che Nadar volesse fotografare Parigi oltrepassando il limite della strada, perché è nell’inaccessibile che si mostra quella somiglianza intima necessaria al ritratto. E Borondo chiarisce questo passaggio nel titolo stesso, SUBSTRATUM rimanda ad un’erosione dell’apparente, ad un’azione di carotaggio del tempo e all’accumulo di memoria, in cui il ritratto o autoritratto coniuga l’apparente distanza tra un prima e un dopo, tra il cielo e il sottosuolo.
La fotografia di Borondo è un’immagine aperta che assorbe e si fa identità, è una superficie porosa, permeabile ai miti
della storia.

Testo di Domenico Russo

IL PRIMO UOMO SUBSTRATUM
A volte, chiudendo gli occhi, ci appaiono volti, paesaggi, immagini, che di rado si mostrano chiari e lucenti. Indefinite oltre le nebbie della memoria, le visioni non eludono comunque l’essenza del soggetto, che resta straordinariamente percettbile nei suoi contorni in penombra. Questa dialettca tra indefinitezza ed essenza è un movimento evocativo, talvolta spontaneo, una sorpresa che ci avvicina all’inaspettato.
Esaminando a fondo tale sensazione, Gonzalo Borondo in SUBSTRATUM accede allo sconfinato archivio fotografico collettivo e a quello di suo padre, e lo fa similmente al modo in cui la coscienza si sposta sulla superficie del ricordo: riesce così a depositarsi nello sguardo del visitatore. Momento di congiunzione, questo, dove inizia un altro percorso che chiama in causa l’animo e tutti sensi umani.
Siamo nel luogo dove hanno origine i nomi. Qui, ci si muove in modo non casuale, come nello SPAZIOC21, dove il termine ultimo di una semplice architettura sfuma in tempio e diventa sacro bosco, in grado di perdurare nella Storia, come archivio di immagini mutevoli. È come il primo uomo, Borondo, che nominando, stabilisce parole e termini di un nuovo linguaggio, aprendo la via della comunicazione. Una volta data identità alle opere esse iniziano a raccontarsi all’altro, a vivere in modo autonomo la relazione con l’interlocutore, che altri non è che l’osservatore che partecipa alla loro presenza.
L’artista testa quindi un linguaggio, il mezzo per lui atipico della fotografia, ed equilibra un sistema variegato di tecniche abilmente dirette per dare vita al racconto espanso di una sensazione. La vita scorre profonda, avvolgente, nell’utero di quest’arte remota e attuale allo stesso tempo. Spettatori e opere confluiscono vicendevolmente gli uni nelle altre e capiamo come il fare arte per Borondo sia prima di tutto un atto d’amore verso l’altro. O anche un atto di fede, un credere nell’ignoto, nell’uomo e nella magnificenza del sentimento in ogni epoca e in ogni luogo.
L’artista mette in campo una percezione emotiva, malinconica e complessa, lontana spiritualmente dal mondo asfaltato, solido ed elettronico, ma congiunto a tutto da lastre di vetro e vari materiali semitrasparenti che favoriscono la compenetrazione spaziale dei piani e la formazione della poesia personale dell’artista. Strati su strati si sommano alla varietà dell’esistenza, in un tutto funzionale, anche bello: un diorama armonioso su una sommità rarefatta, dalla quale scorgere ciò che si muove oltre la superficie. Il fondo è un suggerimento, un sussurro. A volte, ciò che sembra superfluo diviene essenziale, e nei dati apparentemente secondari del contemporaneo, nei suoi scarti, nelle sue anacronie, si trovano le mappe di un futuro migliore, più sensibile e che non dimentica il passato.
Il passaggio del tempo sedimentato nei sostrati scioglie un sistema di valori, liberando la compattezza della vita odierna in una dimensione spirituale alternativa; su un piano differente di fotografia sperimentale, si espletano varie possibilità abitative, accolte in un’intercapedine tra il basso e l’alto, tra la strada e la chiesa, il cielo e la terra, il sacro e il profano, il moderno e il classico. E gradualmente avviene una perdita del presente, non per sostituzione, ma per aggiunta. Come uno scavalcamento della veglia assoluta. Da quella frontiera, i nessi perdono nitore, e l’immagine di qualcosa di diverso, anche di noi, si palesa forte e palpitante. Tutto è storia, e tutto è oggi.
La forma, precisa e meticolosa, sostenuta dal carattere impresso sulle lastre, è sempre profonda. La sua intensità è una questione di emozione, di piacere o di inquietudine. E i nostri volti, dritti verso le immagini di Borondo, le attraversano, passando per gli echi del tempo, e così contribuendo ad affermare la realtà dell’esistenza. È come se l’artista chiedesse ai nostri sguardi di chiamare un nome, ai volti, alle sculture, ai paesaggi e alle architetture; di gridare loro che possono ricambiare, in quanto vibranti forme del presente, poiché per vivere pienamente il proprio tempo bisogna farsi vivi di fronte al passato.
Poi apriamo gli occhi, e le immagini della nostra mente svaniscono, evaporano, all’istante. Ma i ricordi, quelli, in qualche modo, permangono. È lì che SUBSTRATUM agisce, escludendo la scomparsa. Con un atto di forclusione inverso e positivo, Borondo genera una memoria stabile, presente e spirituale.